Un libro di testo bianco

di Rosalia Gambatesa | del 03/05/2018
Un libro di testo bianco

La diagnosi di Pietro Alotto è certamente rispondente al problema gigantesco dei libri di testo. Per quanto riguarda le prospettive io direi, come anche Alotto mi pare dica, che studiare una disciplina dovrebbe voler dire acquisire una rete concettuale che consenta agli studenti di pensarla, comprenderne la lingua e di parlarne. Se una tale rete va tessuta senza dubbio a partire dall'esperienza reale degli allievi, sarebbe necessario tuttavia superare il libro di testo, com'è ora concepito, avendo fatto un lavoro puntuale di analisi della disciplina in termini curricolari.

Bisognerebbe aver individuato quali sono le conoscenze, che sostengono lo sviluppo della rete delle altre, con quale sequenza e ricorsività è opportuno proporne l'acquisizione, attraverso quali passaggi esperienziali (la conoscenza sensibile) e di riflessione, negoziazione metacognitiva e testi di lettura di appoggio è meglio accompagnare l'esplorazione. Se si tenta di superare l'approccio dei libri di testo senza aver ripensato in questo senso le discipline, ma passando a una laboratorialità che continua a seguire supinamente la esposizione catalogica o storicistica, il rischio è quello di una nuova e pericolosa disorganicità.

Sogno insomma un libro di testo bianco, in cui ogni ragazzo scriva la complessa 'sceneggiatura' del proprio percorso in un paesaggio disciplinare, rivisitato epistemologicamente dagli insegnanti con l'obiettivo dello studio scolastico rispettoso del dettato costituzionale.



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