Scuola e psicologia. Due mondi che si incontrano

di Lucia Bigozzi, Francesco Miniati | del 27/04/2016
Scuola e psicologia. Due mondi che si incontrano

In una prima elementare un bambino si avvicina

allo psicologo che è venuto in classe a proporre delle prove ai bambini.

“Ma te che lavoro fai?”

“Sono uno psicologo”

“Cosa fa uno psicologo?”

“Studio cosa  pensano le persone… la loro mente”

“E ci capisci qualcosa?”

 

I processi psicologici cognitivi ed affettivi necessari per un buon apprendimento e per costruire buone relazioni, sono strettamente connessi, così come sono altrettanto intrecciate le competenze relazionali ed il rendimento scolastico di ogni ragazzo, in un continuum che va dalla sana integrità e buona efficienza delle funzioni cognitive, emotive, affettive, relazionali, sociali e di apprendimento, fino alle più gravi deficienze e atipicità di tali funzioni (Usai e Zanobini 2003). Secondo l’attuale normativa, i bambini e i ragazzi disabili sono integrati nelle classi normali, ed il fine di questa integrazione è l’apprendimento e la socializzazione. L’importanza data all’apprendimento, invece che alla sola socializzazione, nell’attuazione dell’integrazione scolastica, si presenta come un elemento di avanguardia nella scuola italiana; anche grazie alla lunga tradizione di studi sperimentali ed esperienze sul tema, infatti il nostro paese è l’unico che da più di trenta anni, ha adottato in tutto il territorio nazionale questa pratica educativa e didattica; solo molto recentemente tale pratica è stata intrapresa da altri paesi dell’Unione Europea. Sappiamo, ad esempio, che i ragazzi italiani, affetti da Trisomia Ventuno e che frequentano la scuola, danno migliori prestazioni, a parità di quoziente intellettivo, di gravità generale della disabilità e di condizione socio-economica, rispetto ai coetanei di altri paesi affetti dalla medesima patologia, che non sono integrati nelle classi normali (Vianello 2005). Per queste ragioni, negli ultimi anni si è fatta sempre più viva tra gli insegnanti, l’idea che la Psicologia, in particolare la Psicologia dell’educazione e dell’apprendimento scolastico, sia indispensabile per progettare, attuare e verificare curricoli scolastici che siano efficaci, anche, ma non solo, con gli alunni in difficoltà.

Un ulteriore ruolo che ha, o che dovrebbe avere, la psicologia nella scuola riguarda la formazione degli insegnanti (sia di quelli di classe che di quelli specializzati per l’integrazione) ed è altresì necessaria  l’istituzione della figura dello psicologo scolastico.

Come deve essere disegnato il profilo di questo psicologo, che opera nella scuola?

 

Profilo e formazione dello psicologo scolastico

Lo psicologo scolastico deve possedere specifiche competenze, in merito ai processi di apprendimento scolastico e ai processi relazionali, diverse da quelle possedute da altri psicologi che lavorano in altri campi. È importante ricordare che il ruolo dello psicologo dello sviluppo e dell’educazione nella scuola non deve sovrapporsi al ruolo del neuropsichiatra infantile, che è diverso per formazione (il neuropsichiatra è infatti un medico) e per funzioni. D’altra parte se il neuropsichiatra assorbe le funzioni dello psicologo (come spesso purtroppo accade, anche per assenza di psicologi nelle Aziende sanitarie) il ruolo specifico viene a perdersi e si ingenerano confusioni che portano spesso gli psicologi ad occuparsi di problemi di carattere pedagogico o didattico, occupando aree di competenza non proprie.

Lo psicologo scolastico entra nella scuola non solo per “curare” i processi patologici ma anche, e forse soprattutto, per il potenziamento dei processi normali. La sua funzione si esplica in tutto il sistema, non solo con i ragazzi, ma anche con tutti coloro che a vario titolo fanno parte della struttura; pensiamo, solo per fare un esempio, alla complessità psicologica delle relazioni tra insegnante di classe ed insegnante specializzato per l’integrazione degli alunni disabili o degli alunni tra di loro o degli alunni con gli insegnanti (Bombi, Pinto 2000).

L’attenzione della scuola nei confronti della psicologia dello sviluppo, dell’apprendimento e dell’educazione è  venuta a farsi sentire solo da qualche decennio, da quando cioè si è innalzato l’obbligo scolastico e la scuola è diventata una scuola per tutti e non solo per una élite. Questo cambiamento ha portato la scuola ad avere bisogno di una maggiore conoscenza dei processi di apprendimento: di fronte a ragazzi che non imparano e che sono obbligati a frequentare la scuola, si rende indispensabile conoscere il funzionamento del processo richiesto (lettura, scrittura, calcolo, esposizione orale, ragionamento); non basta più limitarsi a richiedere e a valutare i prodotti (Resnik, 1990).

I percorsi della mente non sono tanto diversi dai percorsi reali, se il ragazzo non arriva sulla vetta della montagna è inutile che io lo stia ad aspettare passivamente o che lo chiami insistentemente, è necessario che io lo vada a cercare e lo aiuti a salire, ma per far questo devo conoscere il percorso che sta facendo  (Montuschi 1993). Pensando al cammino che conduce al “reale” abbandono, all’allontanamento definitivo ed effettivo dalla scuola dobbiamo constatare che esso è assai lungo, non accade da un giorno ad un altro  e  quindi si presta ad un’azione di aiuto e di supporto, prima di giungere al compimento. Cause della dispersione non appaiono solo quelle attribuibili al disagio personale (che talvolta si manifesta anche in forme di patologie comportamentali) e/o all’ambiente socio-economico (Liverta Sempio, Confalonieri, Scaratti 1999; Putnam 2004). È importante tener presente che il fenomeno della dispersione scolastica non si esplicita ed identifica unicamente con l’abbandono, che rimane sempre il fenomeno più drammatico e culminante di un processo di rottura (sociale, culturale, esistenziale), ma si manifesta anche attraverso una forma di permanenza nella scuola senza che via sia una reale progressione dell’allievo, che viene promosso solo burocraticamente da un anno all’altro, ma che in realtà non compie nessuna progressione e che rimarrà, nella vita culturale, un respinto.

In Italia registriamo un numero maggiore di ragazzi che abbandonano la scuola, rispetto a quello registrato negli altri paesi. Questo è dovuto al fatto che nella nostra scuola è obbligatorio fare integrazione accogliendo tutti e pertanto sono molti di più i casi di insuccesso nel rendimento e i casi di ragazzi respinti o di abbandoni rispetto ai paesi dove la selezione avviene a priori (Masoni 2004), non dimentichiamo che possiamo tuttavia vantare un numero elevatissimo di integrazioni felici (Vianello 2005).

Sul tema relativo ai compiti dello psicologi scolastico può essere utile andare a vedere cosa ne pensano gli attori principali del processo di insegnamento-apprendimento: gli insegnanti ed i ragazzi.

La letteratura non fornisce dati sulla percezione dei ragazzi, circa il ruolo dello psicologo, se non qualche pennellata ironica data nelle barzellette o nelle strisce dei fumetti, del genere di quella realmente sentita da chi scrive e riportata all’inizio di questo articolo.

Sono  poche le ricerche che hanno studiato l’immagine che gli insegnanti hanno dello psicologo nella scuola. Dalle analisi effettuate emergono alcune indicazioni:

  • la presenza di un’idea vaga della funzione dello psicologo, di un’ottica centrata esclusivamente sul singolo e con finalità diagnostiche, di un ruolo dello psicologo marginale, di una frequenza dell’intervento sporadico e raramente basato su una specifica professionalità;
  • la scarsa tendenza a prendere in considerazione interventi di sostegno alla didattica orientati a migliorare i processi d’insegnamento e di apprendimento, di valorizzazione delle necessità legate allo sviluppo psicologico dell’alunno;
  • la mancanza di chiarezza sugli attributi e le funzioni operative esercitate dallo psicologo;
  • l'assenza di qualsiasi progettazione della ricerca psicoeducativa e psicodidattica;
  • la preferenza accordata allo psicologo in quanto psicologo clinico, e solo subordinatamente allo psicologo in quanto psicologo scolastico, esperto nei processi di apprendimento;

All’interno del quadro delineato non è possibile trascurare il fatto che l’Italia è l’unico paese europeo a non avere un servizio di psicologia scolastica previsto per legge; questo primato italiano risulta ancora più sconcertante se si pensa che l’Italia è l’unico paese a fare integrazione scolastica per tutti i bambini e ragazzi disabili da decine di anni.

Buona parte del movimento sulla psicologia scolastica è nato da input di tipo istituzionale: è stato un percorso articolato, sviluppatosi nel corso degli anni attraverso varie iniziative legislative che hanno chiarito molteplici aspetti relativamente ai compiti e alle funzioni dello psicologo scolastico.

Lo psicologo deve essere parte integrante dell’organizzazione scolastica, rimanendo nella propria specifica posizione sia teorica che operativa; occorre una collocazione sufficientemente autonoma per poter garantire la capacità di interagire con la scuola nel suo insieme e con le sue richieste in termini di comprensione, liberamente rispetto ai molteplici possibili condizionamenti che la grande struttura potrebbe proporre.

La realtà scolastica nel suo insieme rappresenta per ogni società una struttura estremamente complessa e articolata in cui accogliere bisogni di sviluppo emotivo e cognitivo, integrazione, riconoscimento del disagio evolutivo, dei complessi raccordi con le famiglie e vari altri ordini di scuola e del lavoro. È necessario porre attenzione al rischio di fare una semplificata valutazione della scuola e delle sue dinamiche, invece di coglierne la complessa funzione e l’esigenza di sapersi inserire in modo rispettoso delle varie competenze e degli obiettivi fondamentali.

Qualcuno ha ipotizzato che per formare uno psicologo che si occupi di problemi scolastici sia sufficiente una formazione di tre anni e che non ci sia bisogno di intraprendere percorsi di formazione personale come per intraprendere la professione di psicoterapeuta.

Lo psicologo scolastico, contrariamente a quanto può apparire a chi non ha esperienza di scuola, deve essere in grado di definirsi in una complessità di competenze e di formazione che non sembra potersi concludere con il Corso di Laurea Specialistica in Psicologia dello Sviluppo e dell’Educazione. Nella formazione specialistica universitaria devono trovare spazio le seguenti aree formative: Psicologia dello Sviluppo, Psicologia dell’apprendimento, Psicologia delle relazioni, Psicologia dell’integrazione scolastica, Psicologia delle Organizzazioni, Psicologia della famiglia, Psicopatologia dello sviluppo, Psicologia delle difficoltà di apprendimento, Psicologia dello sviluppo cognitivo, Psicometria, Osservazione del bambino e del ragazzo nei contesti educativi, Esercitazioni al colloquio con i bambini e gli adolescenti, Psicologia dei  gruppi, Psicologia dell’orientamento.

È necessario impostare piani di formazione articolati a vari livelli e su tempi forse ancora da valutare. Appare opportuno pensare ad una formazione dello psicologo scolastico che presupponga una formazione specialistica (3 più 2 anni di corso universitario) seguita dal tirocinio annuale necessario per sostenere l’esame di stato ed essere iscritto all’Ordine degli Psicologi; sarà necessario che lo psicologo scolastico sia obbligatoriamente soggetto ad aggiornamenti permanenti;  dovranno essere attivate frequenti ed organiche occasioni di riflessione e di confronto  su specifiche tematiche connesse alle attività del Servizio di Psicologia Scolastica.

Per favorire un continuo approfondimento delle competenze, un radicamento nella ricerca scientifica stessa e una conseguente elevata qualità del Servizio di Psicologia Scolastica, è opportuno che gli stessi psicologi scolastici siano costantemente interessati ad iniziative di studio e ricerca promosse dagli Enti competenti, in primo luogo l’Università. In questa direzione, ad esempio, a partire dal 2000, sono stati attivati in Italia tre master universitari di secondo livello volti a formare figure competenti per una azione professionale nella scuola: i tre master, che hanno una denominazione diversa, sono quello attivato a Messina (“Psicologia scolastica”), quello a Milano-Cattolica (“Interventi psicologici nella scuola”) e a Roma-Lumsa (“Per i servizi di psicologia scolastica”). In questo senso è possibile fare “una semplice constatazione in base alla quale finalmente l’argomento della formazione incomincia a essere oggetto di dibattito” (Trombetta C., Rubini V., Carugati F., 2003).

Le modalità basilari della formazione dello psicologo scolastico non possono prescindere dal lavorare in gruppo per consolidare ed affinare le capacità di collaborazione e di gestione stessa dei gruppi,  la modalità del lavoro di gruppo è la base per accogliere i bisogni di integrazione sia dei ragazzi disabili che di ogni ragazzo con bisogni particolari e di tutti i ragazzi soprattutto nell’età preadolescenziale ed adolescenziale.

Di pari importanza saranno anche le attività di tirocinio attentamente definite e organizzate sotto la supervisione di tutor esperti e coordinati.

Pur considerando la complessità di una formazione così impostata, è anche indispensabile una profonda conoscenza delle proprie dinamiche relazionali, attraverso approfondimenti psicoterapeutici individuali o di gruppo; infatti solo gli psicologi che operano nella piena (auto)-consapevolezza sanno utilizzare le loro capacità interiori in modo tale da liberare la capacità di crescita di altri individui (Rogers, 1980).

Una buona conoscenza di se stessi è necessaria anche per valutare l’altro tenendo sotto controllo la distorsione soggettiva.

Questo tipo di formazione allontana e distingue le funzioni dello psicologo dell’educazione dal pedagogista e dall’educatore; è necessario che la figura dello psicologo scolastico sia accessibile solo a psicologi regolarmente iscritti nell’elenco dei professionisti autorizzati a svolgere la psicoterapia, perché questo garantisce la formazione indispensabile per poter rispondere efficacemente alle pluralità di domande che la scuola pone.

La formazione degli psicologi scolastici rappresenta una delle variabili che condizionano le modalità di evoluzione del sistema scolastico; in questo senso, integrata e interconnessa alla formazione degli psicologi che prestano la loro attività nella scuola, indispensabile è una formazione e un aggiornamento continuo degli insegnanti, anche proprio ad opera degli stessi psicologi scolastici.

Boschi (1996) afferma che “È mancato un progetto formativo organico per la preparazione degli insegnanti di scuola secondaria (...) per gli insegnanti della scuola elementare, in occasione dell'applicazione dei nuovi programmi, sono stati organizzati corsi (...) Ma soltanto l’IRRSAE della Toscana, a quanto mi risulta, oltre la formazione sui contenuti delle aree disciplinari previsti dai moduli, ha curato la contemporanea formazione dei principi di psicologia dell'apprendimento e dello sviluppo” (pp. 253-254).

Ecco come, nella e per la formazione degli insegnanti, l’ingresso dello psicologo scolastico assume una rilevanza notevole, per gli stessi docenti, e per l’evoluzione del sistema scuola in generale.

 

La centralità della psicologia nella formazione dei docenti

Come ci suggerisce un grande studioso della Psicologia dello sviluppo e dell’educazione che per decenni si è occupato di psicologia scolastica, Guido Petter (1996), dobbiamo distinguere tre diverse prospettive per cui la psicologia occupa un posto centrale nella formazione degli insegnanti e in particolare per gli insegnanti specializzati per l’integrazione scolastica.

Un primo aspetto è dato dalle conoscenze di carattere psicologico che sono indispensabili per operare efficacemente. L’insegnante deve conoscere la psicologia dello sviluppo affettivo, cognitivo, linguistico, con particolare riferimento alla fascia di età dei ragazzi con i quali si trova ad operare e la psicologia dell’apprendimento.

La conoscenza del soggetto in sviluppo è condizione fondamentale per ogni insegnante affinché possa promuovere, sollecitare apprendimenti attraverso la sua azione, guidata da concettualizzazioni teoriche nel rispetto delle diversità delle strategie cognitive e delle potenzialità che caratterizzano ciascun individuo.

Solo in questo modo ogni insegnante, nella responsabilità che gli compete, potrà offrire a ciascun alunno le possibilità di realizzarsi e svilupparsi pienamente.

Lo psicologo potrà guidare l’insegnante a capire gli interessi, le capacità, le modalità di apprendimento degli alunni e aiutare i docenti a guidare i ragazzi nel processo di costruzione di conoscenze, abilità e comportamenti che sono alla base della formazione dell’individuo.

È indispensabile la conoscenza degli studi classici e delle recenti acquisizioni della Psicologia sull’intelligenza, sui processi di memoria e di attenzione, sulla metacognizione, sulla motivazione, sulle differenze individuali nei processi cognitivi, sulla comprensione del testo e sull’apprendimento di strategie, sul controllo esecutivo, sulle abilità di ragionamento e di transfer, sul cambiamento concettuale, solo per citare alcune delle innumerevoli conoscenze psicologiche necessarie. Tali conoscenze non riguardano specificamente i percorsi atipici dello sviluppo e dell’apprendimento, bensì costituiscono un nucleo essenziale di ciò che un buon insegnante deve conoscere. Tuttavia, uno dei problemi principali per gli insegnanti sono proprio gli studenti che non riescono ad utilizzare gli stimoli che offre normalmente la scuola, per mettere in atto i processi necessari a dare risultati sufficienti; fortunatamente la maggior parte dei ragazzi è capace di farlo indipendentemente dalla qualità dell’insegnamento e per questi il problema non si pone, ma l’insegnamento è sempre di più rivolto a tutti gli studenti e non solo ad una elite e perciò richiede teorie più esplicite sui processi di pensiero implicati nel raggiungimento degli obiettivi. Per ottenere buoni risultati con tutti gli studenti, è necessario spostare in modo programmatico l’attenzione sugli aspetti processuali. Spostare l'attenzione sul processo non significa trascurare il prodotto bensì:

  • qualificare il prodotto;
  • ottenere buoni prodotti anche da chi non ne sarebbe stato capace senza un intervento specifico.

Il primo punto riguarda la necessità di considerare i processi ed i risultati dell'apprendimento in stretta relazione tra loro. Il secondo punto riguarda la possibilità di modulare l'azione didattica in rapporto alle differenze individuali.

Per ciò è necessario conoscere i processi mentali implicati nelle prestazioni che desideriamo ottenere e questo è oggetto di studio della Psicologia.

Nonostante che la psicologia dei processi normali sia di per sé fondamentale, è indispensabile anche la conoscenza della psicopatologia e della psicologia tipica dei ragazzi con specifiche disabilità. Lo sviluppo affettivo, linguistico cognitivo del ragazzo cieco avrà alcune sue specifiche particolarità,  diverse da quelle tipiche del ragazzo con un disturbo dell’umore o del ragazzo autistico: l’insegnante deve conoscere tali specificità. Ancora è necessario che nel bagaglio delle conoscenze dell’insegnante sia presente tutta la gran mole di lavori prodotta negli ultimi quaranta anni sulla psicopatologia dei processi di apprendimento scolastico.

Il secondo aspetto per cui la Psicologia è necessaria alla formazione degli insegnanti riguarda la capacità di mettere in atto metodi, che sono in parte ereditati dalla psicologia: saper condurre un colloquio con il ragazzo, con la classe, con i genitori, saper osservare in modo sistematico il comportamento di un alunno, saper relazionare con i propri studenti, imparare tecniche di conduzione dei gruppi, saper come gestire le reazioni degli allievi all’insuccesso o alle novità. L’insegnante deve essere un po’ psicologo anche in altri aspetti: saper applicare metodologie metacognitive, saper individuare stili diversi di apprendimento, saper evitare gli effetti negativi dati dalla distorsione soggettiva nella valutazione, conoscere i processi di pensiero implicati negli apprendimenti di base, (come leggere, scrivere, calcolare, strutturare narrazioni, comprendere immagini) imparare a rendersi conto di eventuali intoppi nello svolgimento di un processo. Saper gestire, con tecniche specifiche psicologicamente fondate, un alunno iperattivo, un alunno con ansia da prestazione, un alunno aggressivo. Sapere come aumentare l’empowerment cognitivo e come modificare il locus of control. Sapere soprattutto e prima di tutto cosa non si deve fare, sapere come non danneggiare ragazzi già tanto svantaggiati, imparare a non pasticciare con gli quegli aspetti psicologici che non sono di competenza dell’insegnante. Non solo è necessario sapere quali aspetti della psicologia è utile applicare e come applicarli, ma anche è necessario conoscere quali aspetti non vanno toccati.

Lo psicologo scolastico dovrà prima di tutto aiutare gli insegnanti a non avere bisogno dello psicologo clinico per i propri allievi, a limitare le situazioni di reale difficoltà ottimizzandone i processi di apprendimento e di socializzazione.

Nell’accettare o rifiutare una determinata tecnica o metodologia, l’insegnante farà sua l’ottica sperimentale della psicologia, si baserà cioè su prove empiriche di efficacia, imparando a non fidarsi delle apparenze e a non basarsi solo sull’intuito o sul buon senso.

Il terzo aspetto per cui la psicologia costituisce una pietra angolare nella formazione dell’insegnante, riguarda gli atteggiamenti. In letteratura sono presenti molti studi che dimostrano come sia molto forte l’influenza che gli atteggiamenti degli insegnanti hanno nel determinare il grado di successo dell’azione didattica. Molti studi indagano l’atteggiamento degli insegnanti in rapporto al loro comportamento, altri l’influenza dei vari tipi di atteggiamento sul successo dell’azione educativa, ricordiamo i noti studi della Dwek (2000) riguardo all’influenza che la concezione dell’intelligenza (stabile o modificabile) esercita sul rendimento dell’alunno, viceversa altri studi documentano come un buon programma o un’efficace tecnica, applicati in classe possano modificare l’atteggiamento nei confronti degli studenti.

Da molte ricerche emerge, ad esempio, che l’atteggiamento dell’insegnante nei confronti degli studenti disabili, è tanto più positivo quanto più l’alunno disabile è conosciuto, esprimendo la conoscenza in termini di ore trascorse insieme e conoscenza della patologia. In quest’ottica, ad esempio, gli atteggiamenti degli insegnanti italiani risultano più positivi di quelli degli insegnanti degli altri paesi (meno abituati all’integrazione), quelli degli insegnanti specializzati per l’integrazione migliori di quelli dell’insegnante di classe (che conoscono meno il ragazzo) e tra le varie disabilità, gli atteggiamenti migliori si realizzano con i ragazzi affetti dalla sindrome più conosciuta: la sindrome di Down (Castellini, Mega, Vianello 1995).

Questi aspetti della psicologia, qui sinteticamente esposti, costituiscono la base per la formazione psicologica degli insegnanti. Sicuramente ognuno di essi costituisce seme più fruttifero se seminato nel fertile terreno del lavoro di gruppo, attraverso la conoscenza condivisa durante un percorso formativo, come quello della SSIS, fatto non solo di acquisizione di conoscenza, ma anche di ricerca comune dei problemi e partecipata costruzione di possibili e flessibili soluzioni.

 

 

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